È morto Gillo Dorfles: critico d’arte rivoluzionario


In fondo c’eravamo tutti convinti che fosse diventato immortale e che, in qualche modo, avesse trovato il segreto della vita eterna. Gillo Dorfles, invece, ha scelto di andarsene all’improvviso, nonostante i 107 anni (era nato a Trieste il 12 aprile 1910). Un colpo ancora una volta a sorpresa come quando il 13 gennaio 2017 aveva inaugurato alla Triennale di Milano una sua mostra di dipinti e non una retrospettiva (più o meno celebrativa) ma quindici nuove tele realizzate solo lo scorso anno.

Fino all’ultimo, Gillo Dorfles ha abitato i centri della modernità, le grandi realtà urbane come Milano, Parigi, New York, Chicago o Tokio. Città nelle quali amava soggiornare, per visitare una mostra, incontrare qualche amico, curiosare tra le nuove architetture. Accadeva di vederlo a qualche rassegna, o convegno, e poi sedersi compostamente, ascoltando con apparente attenzione le parole di un relatore.

Per gran parte della seconda metà del Novecento fece il critico d’arte e non il pittore, ma dalla seconda metà degli anni Ottanta ricominciò a esporre i propri dipinti. Fatto di corsi, ricorsi e di scoperte definitive (sarà lui il grande sdoganatore di quel kitsch, versione colta del cattivo gusto, di cui molti saranno poi diventati portabandiera). Dorfles è anche stato autore dei libri L’architettura moderna (1954); Il Kitsch (1968); La moda della moda (1984); Il feticcio quotidiano (1988) e Horror pleni. La (in)civiltà del rumore (2008). Stefano Bucci ha scritto sul Corriere della Sera che Dorfles fu «il grande sdoganatore di quel kitsch, versione colta del cattivo gusto, di cui molti saranno poi diventati portabandiera».