Quattro chiacchere con Riccardo Magherini


Davanti a una fotografia di Riccardo Magherini non è detto che tu riesca al primo colpo a capire veramente che cosa stai guardando. Le strade, le insegne e i volti dei passanti sono indefiniti, sfumati, come se fossero stati catturati dal finestrino di un taxi o da un tuk tuk in corsa. Eppure, dopo un battito di ciglia, quando cominci a distinguere le forme, ti sembra che la realtà non potrebbe essere registrata in modo più fedele di così. E che non sia neanche così male, ogni tanto, perdere l’orientamento.

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Ciao Riccardo, sappiamo pochissimo di te… Ti va di raccontarci qualcosa?
Sono fotografo, mi occupo di advertising e comunicazione. Al fine art ci sono arrivato
seguendo il piacere per il gioco, complice un viaggio in oriente.

Come e quando hai iniziato a fotografare?
Quando ho deciso di trasformare il modo con cui guardavo alle cose e alla vita in una
professione.

Nel tuo portfolio ci sono soprattutto paesaggi urbani, prevalentemente dei quartieri di grandi città asiatiche dalla realtà caotica e stratificata. Come lavori e come mai hai scelto di esprimerti con questo linguaggio quasi cubista?
BKK è il lavoro più recente di una serie centrata sulle grandi città, da Tokyo a Hong Kong, passando per Lisbona, Firenze e New York.

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Nel tempo mi sono appassionato sempre più alle metropoli, soprattutto le asiatiche, per quel prezioso senso di ‘straniamento’ che riesce a farmi sentire ‘non a casa’. Ho iniziato a fare fotografia di fine art nel 2011, durante un viaggio a Tokyo. Circondato com’ero da un mondo nuovo, estraneo e fantastico, realizzai che il tradizionale approccio della street photography non era adatto a descriverne l’affascinante complessità. Avevo bisogno di un modo diverso per raccontare quel che vedevo, che sentissi più affine, più consono.

Iniziai quindi a fotografare tutt’intorno alle cose, alle persone, collezionando immagini che circondavano le storie che incontravo in strada. Quelle immagini divennero successivamente le basi per la prima serie, ’Tokyo’. Trovai quell’approccio intrigante. Il modo in cui tempo e spazio si sovrapponevano e il look che le immagini avevano mi spinse a continuare, a sviluppare quel mondo, quell’imaginarium. Il mio lavoro comincia in strada, quando vedo un volto, una storia. ‘Raccolgo’ immagini intorno a quel momento, che ne parlano. Poi gli scatti vengono composti e uniti, ‘modellati’ per poter raccontare quelle storie, cercando le sensazioni di quegli attimi o, a volte, la memoria di essi.

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Un altro tema che hai sviluppato è la vita circense. Che cosa ti ha colpito e quali sono (se ce ne sono), i punti in comune con gli altri tuoi lavori?
Lo stupore.
Credo sia l’elemento comune, l’innesco che mi rende le cose affascinanti e che unisce molto del mio lavoro di fine art. Il Circo è stupore, denso com’è di vita, dentro e fuori la pista.

Qual è, tra tutti questi ambienti, quello che hai sentito più tuo?
Nessuno. Gli ambienti che non conosco mi rendono curioso, mi tengono in un equilibrio instabile, mi affascinano. Molto del mio lavoro di fine art nasce e si sviluppa dentro ‘l’estraneità’ con gli ambienti e le cose delle quali racconto le storie.

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