L’Isola delle Rose e il magnifico mondo delle micronazioni


Una micronazione è un’entità creata da una persona, o da un piccolo numero di persone, che pretende di essere considerata come nazione o stato indipendente, ma che tuttavia non è riconosciuta dai governi e dalle maggiori organizzazioni internazionali”
Wikipedia

Seppur breve, la definizione fornita da Wikipedia riguardo le micronazioni dice molto a proposito della loro natura. Di tentativi più o meno recenti relativi alla creazione di stati indipendenti ne sono stati fatti molti: la maggior parte di essi sono di tipo scherzoso, generalmente messi in atto per divertimento e senza alcuna speranza reale di durare nel tempo. Tra questi c’è ad esempio il Regno dell’Amore, una simpatica trovata ad opera del comico inglese Danny Wallace, fondatore di una nazione che ha come confini quelli del suo appartamento nel centro di Londra. Tra quelle raggruppate col nome di ludo nazioni c’è anche la bizzarra Repubblica di Molossia, fondata nel 1999 da Kevin Baugh (attuale presidente), il cui territorio è costituito dalla casa di Baugh più i 5300 m2 di proprietà circostante. Il turismo è un elemento fondamentale della Repubblica: nel 2008 Molossia ha dichiarato che in media riceve 14 visitatori l’anno. Incredibile.

Il presidente della Repubblica di Molossia Kevin Baugh

Il presidente della Repubblica di Molossia Kevin Baugh

Di esempi simili a questi ultimi ce n’è moltissimi, basta farsi un giretto in rete per averne prova, in fin dei conti si sa, sulla Terra ci sono un sacco di tipi strampalati.

Indagando in questo mondo però, mi sono reso conto che non tutte le iniziative sono nate per scherzo. Una micronazione su tutte è riuscita a catturare il mio interesse: l’Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj, in italiano Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose. L’idea balenò nella mente dell’ingegnere bolognese Giorgio Rosa negli anni ‘60, un epoca in cui, stando ai racconti di chi l’ha vissuta in età adulta, sembrava tutto possibile.

giorgio rosa in barca

Giorgio Rosa, in barca

In un documentario sull’Isola, lo stesso Angelucci, allora comandante della Capitaneria di Porto di Rimini afferma: “Ero abituato a ricevere le più assurde richieste. Ogni giorno c’era qualcuno che si presentava in capitaneria a richiedere autorizzazioni per le cose più strampalate, per cui non mi meravigliavo più di niente. L’economia funzionava, c’era voglia di spendere e la gente si faceva venire in mente le idee più bislacche per sfruttare il momento”.

isola copertina

Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj

L’Isola delle Rose era una piattaforma artificiale di circa 400 metri quadri eretta al largo di Rimini, esattamente 500 metri oltre il confine delle territoriali italiane, più o meno a 11 km da terra. L’assemblaggio della struttura iniziò a terra nel 1958, quando Giorgio Rosa fece costruire un telaio in tubi d’acciaio che avrebbe poi trasportato fino al punto prescelto per il fissaggio al fondale marino. Negli anni a seguire, l’ingegnere e il gruppo di operai che aveva assunto per lavorare alla creazione dell’Isola andarono incontro ad inconvenienti di varia natura, metereologica prima di tutto: l’agitazione del Mar Adriatico permetteva di lavorare al largo non più di due o tre giorni a settimana. La componente umana che ostacolava  lo sviluppo dei lavori era invece costituita dalle autorità italiane, che sotto diverse forme intimarono all’ingegnere di rimuovere la struttura, considerata un ostacolo alla navigazione.  Tra il ‘65 e il ‘67, nonostante i ripetuti richiami da parte della capitaneria, i lavori proseguirono fino a che l’Isola delle Rose fu aperta al pubblico. Il 1 maggio 1968, la piattaforma dichiarò unilateralmente la propria indipendenza sotto la presidenza dello stesso Rosa.

L'ingegner Rosa brinda con amici all'indipendenza dell'Isola

L’ingegner Rosa brinda con amici all’indipendenza dell’Isola

Ma qual era esattamente lo scopo di Giorgio Rosa? Perché far costruire a proprie spese una piattaforma nel bel mezzo dell’Adriatico e proclamarla Stato Indipendente?

Descritto da tutti coloro che lo conobbero come un instancabile lavoratore, l’ingegnere aveva una grande passione per il suo lavoro e per il cemento armato. L’idea di erigere una struttura in mare doveva essere per lui una sfida molto invitante, ma la lentezza delle pratiche burocratiche e la difficoltà nell’ottenere i permessi necessari avrebbero rischiato di protrarsi negli anni, compromettendo la realizzazione del sogno. L’unica soluzione era spingersi al di fuori delle acque territoriali italiane aggirando leggi e divieti, ancorare la struttura in acque internazionali, dove nessuno stato avrebbe potuto obiettare nulla.

“Ad essere sinceri, il mio progetto iniziale era questo: costruire qualcosa che fosse libero da lacci e lacciuoli e non costasse molto. Sulla terra ferma la buro­crazia era soffocante. Così mi venne un’idea, durante la villeggiatura a Rimi­ni”

In quest’ottica, l’Isola delle Rose nacque senz’alcuna ambizione di stato indipendente, l’idea di proclamarsi tale e formare un “governo” arrivò solo dopo. All’inizio dell’estate immediatamente a ridosso della dichiarazione d’indipendenza, l’Isola ebbe un successo clamoroso: ogni giorno  da Rimini partivano almeno due barche cariche di persone in direzione della piattaforma. Tutti erano curiosi di visitare questo palazzo in mezzo al mare. Il frequente viavai destò non pochi sospetti: c’era chi pensava che fosse diventata una casa d’appuntamenti, chi sosteneva che vi stessero costruendo un casinò e chi invece, teoria più assurda, era convinto che fosse un avamposto russo in cui stazionavano i sottomarini sovietici. L’isola aveva ormai proclamato i propri ministri, aveva un proprio inno, una moneta (il Milo) e stampò un numero limitato di francobolli che oggi sono merce pregiata per i collezionisti.

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Lo stemma della Repubblica rappresentato da tre rose; sotto i primi francobolli

Per ribadire ulteriormente il proprio carattere indipendente, la Repubblica de Rozoj adottò come lingua ufficiale l’Esperanto, una lingua ausiliaria sviluppata alla fine dell’800 che aveva come scopo quello di “far dialogare i diversi popoli cercando di creare tra di essi comprensione e pace con una seconda lingua semplice ma espressiva, appartenente all’umanità e non a un popolo”.  Dopo circa due mesi dalla dichiarazione d’indipendenza, il governo italiano rispose duramente alle iniziative isolane attuando un blocco navale per mezzo di motovedette di Carabinieri e Finanza e, dopo aver fatto evacuare la struttura, la caricò di 675 kg di tritolo, senza però riuscire a farla affondare. A far definitivamente inabissare l’Isola delle Rose fu una tempesta, il 26 febbraio 1969.

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Turisti in visita presso l’Isola

Il motivo per cui l’isola fu così avversata dallo stato italiano è abbastanza misterioso, si pensi ad esempio al Principato di Sealand: una struttura risalente alla II Guerra Mondiale occupata nel 1967 dalla famiglia Bates e autoproclamatasi Principato. Anche se non è stato mai riconosciuto in nessun modo come stato sovrano, Sealand è ancora lì, al largo dell’Inghilterra, popolato dai suoi abitanti (pochi, circa 27) e libero di essere visitato dai turisti e rappresentato in numerose discipline sportive tra cui mini-golf e calcio. 

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Il ridente principato di Sealand

Personalmente non mi sentirei di dichiarare, come fece l’ingegner Rosa in un’intervista rilasciata a Il Resto del Carlino e poi censurata, di non sentirmi più italiano in seguito all’abbattimento della piattaforma. Quel che però va detto è che il fatto di aver soppresso sul nascere un’iniziativa così originale ed entusiasmante è un vero peccato. Se fossi nato 30 anni prima sarei sicuramente stato tra i sostenitori dell’Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj.

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