Siamo andati a Bologna al concerto dei Mogwai


Via Stalingrado è un mastodontico sentiero postmoderno, una di quelle classiche arterie metropolitane che, sorte negli ultimi trent’anni nelle periferie dei grandi agglomerati urbani, ci offrono, coi loro panorami inquietanti, innumerevoli indizi per indagare la condizione dell’uomo contemporaneo. Ma stasera, fortunatamente, c’è poco da temere: oltre alle consuete puttane poco avvenenti, i lavavetri a bordo strada e le crew di minacciosi figuri seduti ai tavoli di squallidi bar, capannelli di giovani di ogni sorta percorrono i marciapiedi crepati. Come sospettavo, tutti condividono la medesima meta, ovvero il celebre locale per concerti bolognese che stasera accoglierà, da Glasgow con furore, i Mogwai. Oltre ad essere ormai unanimemente annoverati tra i fondatori del genere, i Mogwai sono una tappa irrinunciabile per chiunque intenda avvicinarsi al panorama variegato del Post-rock. Attivi sin dal 1995, si sono guadagnati il favore dei critici e di buone porzioni del pubblico dopo un percorso lungo e mai prevedibile. Nel gennaio scorso hanno pubblicato il loro ottavo album Rave Tapes al quale è seguito un tour mondiale che proprio in questi giorni li farà approdare in Italia.

mogwai

Giunto finalmente alla svolta che da via Stalingrado porta all’Estragon, tra le siepi inghiottite dall’oscurità si palesa un losco figuro che con disinvoltura mi dice: “Oi giovane! Cerchi bigliet’?”. Al mio “No” un po’ stizzito, già s’è dileguato alla volta d’un gruppetto vicino acclamando: “Bigliet’! Chi vuole bigliet’? Vendo biglieeeet’!!”. Chi ha un po’ di dimestichezza coi concerti sa che il palesarsi di tali personaggi, altrimenti definiti “bagarini”, i quali dimostrano un fiuto per gli affari musicali che manco Steve Albini, è un segnale incontrovertibile che i biglietti per il detto concerto sono terminati.

E infatti, non appena riaffioro dalla boscaglia, innanzi a me si staglia un immenso spiazzo gremito di auto parcheggiate alla rinfusa. Un casino fuor d’ogni logica. Nei vari spiazzi erbosi vedo gruppi di giovani inghiottiti da volute di fumo densissime dalle quali, di tanto in tanto, riaffiorano volti stupefatti. A destra e a manca sfrecciano, montati su ruote come preparati a eventuali inseguimenti, banchetti di gadgets non ufficiali disinvoltamente manovrati da certi loschi figuri non dissimili ai bagarini già citati. Appropinquandomi alla cassa i miei sospetti vengono definitivamente confermati: una serie di fogli bianchi spiegazzati appiccicati ai vetri delle casse recitano, lapidari, il medesimo referto: SOLD OUT.

Prendo una birra e ne approfitto per guardare la gente circostante. Un pubblico a dir poco eterogeneo: la categoria che maggiormente risalta (farsi notare è tra le loro primarie preoccupazioni) sono gli immancabili hipsters (notevoli quantità di barbe maniacalmente curate, capigliature alla Kim Jong-un, baffetti riccioluti, occhialetti eccentrici dalle forme indiscrete, bretelle, braghe arrotolate), molti dei quali, convinti di prender parte ad un concerto esclusivo, squadrano, vistosamente contrariati, l’ingente quantità di “plebe” pervenuta. Per il resto individui d’ogni età, d’ogni sesso e d’ogni razza. Da segnalare l’assenza sconcertante di punkabbestia, attribuibile forse all’impossibilità di introdurre all’interno dell’Estragon i loro fedeli accoliti canini.

Terminata la birra, mi affretto ad entrare nella speranza di accaparrarmi un posto non troppo distante dal palco. Il locale è già pieno. Il brusio è assordante. Non trovando la forza di farmi strada tra la folla, opto per starmene in disparte, appostato strategicamente tra il bar e il bagno. Do un’occhiata al palco e con soddisfazione non noto nessuna eccentrica ricercatezza: alle spalle del set solo il logo minimale della copertina di Rave Tapes.

Ma ecco che il quintetto fa il suo ingresso alle 21.56, con 4 minuti di anticipo. La loro apparizione è accompagnata da quell’odiosa mania divenuta ormai consuetudine assodata nei concerti del III millennio: non appena le cinque ombre emergono dall’oscurità, mille e più mani a profusione si tendono verso il cielo stringendo con maestria ora un cellulare, ora una reflex con un obiettivo lungo 1,5 m o anche, nel peggiore dei casi, iPad di un metro quadrato in media. Mitragliate di flash e lucine impazzano a tal punto da far impallidire d’un tratto il sistema pur ricco e notevole di luci installato sul palco.

Ma bastano pochi secondi e tutto pare svanire. Nonostante qualche perseverante reporter, buona parte del pubblico sembra abbandonarsi al suono pieno e dolcemente assordante tipico dei Mogwai. Al termine del primo pezzo, Heard About You Last Night, traccia proemiale dell’ultimo album, dopo un paio di secondi di silenziosa meraviglia, l’Estragon intero esplode in un applauso entusiasta, al quale Stuart Braithwaite risponde con un irreplicabile “grazie mille” alla scozzese e un “Cheers” ben più disinvolto, alzando un calice ricolmo di vino o, più probabilmente, di birra scura oltre ogni dire. Tale il rito che tornerà inalterato alla fine di ogni pezzo. Il concerto prosegue dimostrando di meritare un pubblico tanto nutrito ed ossequioso. I cinque di Glasgow, mantenendo quel classico aplomb degli artisti che, ben consci dell’impatto della loro musica, non hanno il minimo bisogno di compensare con una presenza scenica eccessiva ed ostentata, offrono una selezione perfetta del loro vasto repertorio, una raccolta magnifica di pezzi, la cui diversità denota il percorso lungo a mai scontato d’una band che trova sempre qualcosa di interessante da dire. O, per meglio dire, da suonare. Il concerto prosegue come un flusso non meditato, naturale. Al secondo pezzo, la distorta Rano Pano, il mondo è già dimenticato. Si passa da ballatone strazianti a suite distorte, da idilli paradisiaci a deliri infernali con una tale disinvoltura e nonchalance che manco Dante con al seguito Virgilio avrebbero potuto osare tanto. In conlusione è Mexican Grand Prix, al termine della quale, tra uno scroscio di applausi, il quintetto se ne esce senza dare troppe spiegazioni. Sono le 23:05 e nessuno prende minimamente in considerazione l’ipotesi che il concerto sia finito. L’applauso non cessa e nessuno pare intenzionato a schiodarsi dal proprio posto, oltre ad un considerevole gruppo che, avendo presumibilmente forzato la propria autonomia vescicale per non perdere nemmeno un frammento del concerto, corre freneticamente al cesso. Dopo soli pochi minuti la band rientra accolta dallo stesso applauso ininterrotto che ne aveva accompagnato l’uscita. Il concerto dura altri 15 minuti, al termine dei quali i Mogwai se ne escono salutando affettuosamente con calorosi agitamenti di mano.

Uscendo, volti straniti, smarriti e palliducci, ma indubbiamente soddisfatti. Tra la calca scorgo qualche hipster che, ripresosi dallo sbigottimento e scopertosi leggermente spettinato all’accensione delle luci (probabilmente a causa dalla distortissima Batcat, pezzo conclusivo del live), s’affretta a ravvivarsi la placcata capigliatura, umiliato e stando ben attento a non esser sorpreso fuori posto. Mi avvio, un poco frastornato anch’io, verso casa, e noto un bel gruppetto di persone ammassato in prossimità dei camion della band. Avvicinandomi, noto Stuart Braithwaite, molto più basso e mansueto di quanto apparisse sul palco che, tenendosi ben stretto il solito calice color della pece, concede foto e due paroline ai fans. Avendo inviato invano numerose richieste agli organizzatori per poter intervistare i Mogwai, mi metto in fila nella speranza di poter fare due domande a Stuart ma, a causa dell’eccessivo entusiasmo di certi fans, non riesco a combinare niente: Braithwaite d’un tratto scivola rapidamente dentro al backstage dispensando sorrisi di scuse. Essendosi dileguati un buon numero di fanatici, riesco a vedere da lontano il batterista del gruppo che, occorre specificare, non è il membro fondatore del gruppo, Martin Bulloch, impossibilitato a sostenere il tour per motivi di salute, bensì Jonny Scott, batterista scozzese militante in vari progetti della scena di Glasgow. Riesco ad avvicinarlo e a fargli due domande. E’ molto più giovane degli altri membri del gruppo. Con tono sincero, mi esprime la sua comprensibile soddisfazione nel prender parte a un tour mondiale con un gruppo così autorevole. Definisce EXTRAORDINARY la possibilità di suonare in differenti paesi del globo e riscontrare sempre la medesima empatia da parte di gruppi di persone con caratteristiche culturali e somatiche così differenti. “Abbiamo cominciato il tour a Glasgow, nella nostra città” mi dice, “dopodiché siamo stati in diversi stati d’Europa e in Asia. Eppure ci è sembrato di essere sempre a casa. Abbiamo trovato consenso e calore indifferentemente a Singapore e in Svezia, in Corea e in Francia. Questo è veramente extraordinary”. Gli chiedo come sono umanamente i membri del gruppo. Mi risponde semplicemente e, ho buoni motivi per credere, sinceramente: “Exactly as you see them on the stage”.

Alla conversazione si uniscono due ragazze giunte da Napoli appositamente per il concerto con le quali, salutato Jonny, condivido il viaggio di ritorno. Noto da parte loro un’ottima dimestichezza col Post-rock e volendo approfondire le ragioni di questa comune passione, chiedo istintivamente: “Perché amate tanto il Post-rock?”. Dopo qualche secondo di balbettamenti e di sforzi vari, una delle due ragazze, con tono rassegnato, replica così: “Preferisco non rispondere. Ti direi che semplicemente mi trascina, mi coinvolge. Ma c’è chi obietterebbe che la musica in generale, per definizione, ottiene questo risultato. Ma secondo me il post rock è qualcosa di più. È un qualcosa di più profondo, che colpisce e scava in strati dell’animo così profondi che la parola non può giungere a indagare. Non so se puoi capire…” Eccome se capisco.

Tommaso Mammone

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