Intervista a Francis Flower, fotografo che celebra la natura, i giovani e il loro senso di libertà


Ci sono montagne azzurre e tramonti arancioni, falò notturni, bagliori, strade a strapiombo sui burroni e capelli rossi lisci come prati, negli scatti di Francesco Frizzera a.k.a. Francis Flower, un ragazzo prodigio della fotografia che vive in un angolo delle Dolomiti e ha già fatto parlare di sé all’estero.

Rapiti dalla gioventù che sprigiona la sua America, abbiamo deciso di fargli qualche domanda.

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Quando hai cominciato a fotografare? E com’è successo?

A 17 anni. Sono nato con l’insicurezza addosso, ho iniziato a fotografare perché volevo far vedere agli altri quanto la mia vita, che consideravo minuscola e senza senso, fosse in realtà bella. Si potrebbe dire che usavo la fotografia per mascherarmi e per apparire diverso rispetto alla massa. Ho sempre avuto la necessità di distinguermi per non considerarmi misero, minuscolo come un pesce in un branco di miliardi di pesci: non volevo essere senza senso. Per rendere la mia vita meravigliosa mi sforzavo a “caricare” la fotografia con una dose di colori quasi eccessiva, con inquadrature cinematografiche e luci naturali accecanti.

Fino a un anno fa, fu così. Poi, grazie a degli eventi che mi stritolarono il cuore – un fallimento aziendale, un fallimento sentimentale, tre fallimenti scolastici e uno esistenziale – mi resi conto che la vita è veramente meravigliosa e così diventai sincero. Prima di tutto con me stesso e quindi anche con le fotografie. Da quel momento ho giurato di dimostrare al mondo che la vita è il più grande dono di sempre, e tu essere umano hai la possibilità di farla tua.

Ho scritto un libro che spiega tutto questo in maniera molto dettagliata, come se si potesse leggere la mia coscienza, il mio cuore e la mia anima. Forse un giorno troverò il modo di pubblicarlo. Non ho mai voluto fare il fotografo nella vita, e nemmeno ora lo voglio fare: io voglio esprimere.

Secondo me, le tue foto sanno di America, Yosemite e videoclip degli Alt-J. Come lavori, di solito?

Veramente pensi questo delle mie fotografie? Beh, allora ti amo. Gli Alt-J sono una figata, soprattutto Left hand free. Anche l’America deve essere spettacolare. Forse un giorno ci andrò. Per ora il luogo in cui vivo è la mia America.

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Riguardo a come lavoro, posso dirti che fotografo quando mi accorgo che la realtà che sto vivendo (fare 10 euro di benzina, andare in un prato con due amici e una chitarra) corrisponde a un momento magico, un momento raro, in cui hai la possibilità di comprendere che per essere sereni basta rimanere in silenzio di fronte ad un tramonto.

Tendo sempre a dare un’ inquadratura molto cinematografica e molto “centrale” per mettere in risalto il soggetto, protagonista di questo magico momento. Una volta che sono di fronte Photoshop, carico la scena di colori e luci per cercare di mostrare come vedo io la realtà che mi circonda.

Mi piacciono i tuoi azzurri e i tuoi arancioni e il modo in cui le persone sono immerse nel paesaggio. Come mai le fotografi di spalle o comunque eviti lo sguardo in camera?

Fotografo alle spalle dei soggetti perché voglio incitare gli osservatori a immedesimarsi in quelle situazioni. Prendiamo per esempio Theo Gosselin: se devo essere sincero, provo un’ invidia totale per la vita on the road sua e dei suoi amici. Ma quando guardo le sue foto e i volti dei soggetti rappresentati, mi dico: «LORO stanno vivendo questo, io non potrò MAI viverlo». Quando vedo una fotografia di una persona di schiena sul ciglio di un burrone, invece, mi dico: «Che bella foto, che bel panorama, che bella luce. Voglio andare anche io sul ciglio di un burrone a guardare il tramonto».

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Può sembrare una stupidaggine ma io sono convinto di questo e non voglio portare nessuno a invidiare la mia vita, perché non è assurda. Chiunque può vedere i tramonti su un ciglio di un burrone e chiunque può sorridere di quel momento.

Lo dico anche adesso: andate con qualcuno a cui volete bene in un prato o a fare una passeggiata in un bosco. Forse potrete provare delle emozioni che vi riempiranno il cuore.

Qual è il tuo scatto preferito?

Il mio scatto preferito l’ho fatto a un anno di vita, in una macchinetta della stazione, in braccio a mia madre. È il più importante perché esprime un doppio ringraziamento. A mia madre, che mi ha dato la vita, e a me stesso, che ho sempre voluto viverla nonostante tutti i miei dolori e le mie insicurezze.

Arrivederci.

Vi vorrei conoscere tutti.

Silvia Cannas Simontacchi

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