Ho intervistato un marciopoeta


Non so voi, ma quando io penso alla poesia, sono due le immagini che subito saltano alla mente: da una parte ci sono i ricordi scolastici, uno strano cocktail di noia, nostalgia, girasuiceppiaccesilospiedoscoppiettando e altre cose, dall’altra c’è la poesia da condivisione 2.0, gli status di Facebook in cui amici più o meno hipster condividono componimenti di Neruda in lingua senza sapere lo spagnolo.

Qualunque sia il vostro vissuto, difficilmente la parola “poesia” vi farà venire in mente qualcosa del genere:

Aveva i piedi secchi e screpolati,

quel corpo ritrovato nel letto di casa.

Piccole larve come perle si muovevano sottopelle

Le unghie, unte e annerite

Ricurve sulle dita di calli giallognoli.

Piccole e aperte verruche emanavano un pus biancastro

e si cominciava a leccare.

O qualcosa di questo tipo:

Cadentemente toccavo unto

quelle pagine di fango,

nella stanza dei miei genitori

quell’acquetta del ristagno

dove verde fermentava

la muffa che sbrana.

Chinavo le pagine

con le unghie piegate,

nel liquido in cui le larve danzavano.

 

Sentivo il dolce rumore che brucava ,

rosicchiavano nelle verruche aperte sul viso

e si finiva eiaculando

sulla mia foto

di 11 anni da bambino.

Questi componimenti, intitolati rispettivamente “Ai piedi di mia nonna morta in putrefazione” e “L’album di famiglia” sono tratti da Skizo, la raccolta di un poeta 24enne della scena underground romana, noto come Flae Dissa. Appena le ho lette, ho deciso di intervistarlo per capire cosa gli passa per il cervello.

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Flae Dissa vi saluta

Ciao Flae Dissa. Comincio con una domanda molto diretta: ma la tua poesia è veramente poesia? La consideri veramente arte?

Certo, l’arte non è mica qualcosa di sublime, ma qualcosa di terra-terra. Bisogna “sputare sull’altare dell’arte”, come diceva Marinetti. L’arte non è qualcosa di superiore, la si può raggiungere anche eiaculando su un foglio.

Ottimo inizio. Andiamo con ordine, partiamo dal tuo pseudonimo: cosa significa?

Il nome “Flae” è nato da una parola latina in cui mi sono imbattuto, non ricordo nemmeno come, visto che non l’ho mai studiato. Il termine è “fluenta”, che significa inondazione o alluvione. Non so per quale motivo mi risuonava sempre nella mente. Allora l’ho modificata fino a che non ho ottenuto qualcosa che suonava bene, che mi piaceva. “Dissa” riprende la parola “dissing”, che è una parola usata nel rap underground per indicare il momento in cui un rapper fa una traccia di attacco a un rapper rivale. Volevo riprendere questo concetto di aggressività, di attacco e di propensione al rischio.

So che ti definisci un “marciopoeta”. Cosa vuol dire esattamente?

I marciopoeti sono qualcosa che è nata fra le strade di Roma, in quartieri come San Lorenzo, fra droga alcool e disagio. Poi tutti questi elementi si sono condensati nella poesia, che a me è sempre piaciuta, ho sempre scritto. In realtà all’inizio non sono entrato in contatto con la realtà romana, ma con quella ferrarese, tramite social. Ho conosciuto il poeta neofuturista Roberto Guerra, una persona molto valida, che mi ha dato una mano anche per pubblicare con La Carmelina.

Quindi alla base del tuo stile “marcio” c’è il futurismo? Io me lo ricordavo un po’ diverso.

I contatti ci sono sicuramente. Io ho iniziato a interessarmi all’arte quando sono entrato a contatto con il futurismo. L’ho scoperto a Milano e sono rimasto colpito dalla sua violenza creatrice e incendiaria. Poi sono entrato in contatto con personaggi dell’ambiente, come il poeta Roberto Guerra, il professor Antonio Saccoccio e Graziano Cecchini (l’artista che ha tinto di rosso la fontana di Trevi, nda)

I futuristi sono stati la mia principale ispirazione, seguivo il loro stile, con il verso libero, il dinamismo, ecc. A un certo punto è successo qualcosa che mi ha portato a modificare tutto questo, anche contro la mia volontà, senza rendermene bene conto. Lo stile è cambiato e sono emerse sensazioni più brutali, probabilmente derivanti sempre dal futurismo, in cui c’è una certa esaltazione dell’aggressività, non sempre in senso fisico, ma metaforico. C’è quest’area semantica della violenza “travolgente e incendiaria”.

E come si collega questo con la scena underground romana?

Mi sono sempre interessato all’arte indipendente, che spesso tratta di temi forti e a volte destabilizzanti. Da un lato ho tramutato la carica di disagio, rancore in poesia anche per uno sfogo personale. Parte tutto da prendere una sensazione negativa che si ha provato nella vita di tutti i giorni e nel buttarla su carta esasperandola e distorcendola. Dall’altro c’è la volontà di attaccare alcuni tabù, così da creare disagio nel bigotto a cui capita sotto gli occhi una mia poesia. È quasi uno strumento di battaglia contro un certo perbenismo.

Infatti leggendo le tue poesie, la sensazione che ho avuto è che siano state costruite apposta per creare disagio.

È positivo che tu ti sia fatto quest’idea. Ci sono state molte persone che mi hanno chiesto se la poesia “Ai piedi di mia nonna morta in putrefazione” riguardasse esperienze di vita realmente vissuta. Ovviamente è solo un modo per attaccare chi legge, per destabilizzarlo, per smuoverlo e creargli un po’ di scompiglio interiore, anche perché da questo vengono spesso  generate energie nuove e magari una dimensione mentale differente.

Non credi che la violenza in ogni sua forma sia un mezzo inefficace per smuovere le persone? Siamo in un’epoca in cui i telegiornali parlano di cronaca nera più che di qualsiasi altra cosa e in cui con un click si possono vedere video dove ostaggi di fanatici religiosi vengono sgozzati o bruciati vivi… non credi che la gente sia ormai insensibile a queste cose?

Qui c’è un paradosso, siamo in una società in cui ogni giorno in tv e su internet siamo continuamente esposti alla violenza, anche la più estrema e sconsiderata. Contemporaneamente però, se ci fai caso, ci sono tanti tabù, ad esempio sulla sessualità: di certe perversioni non si parla al telegiornale. Poi bisogna ricordare che scene violente come le decapitazioni dell’Isis non vengono elaborate, ma canalizzate verso un nemico esterno, mentre nelle mie poesie la violenza è sicuramente sconsiderata, è come una martellata in testa, ma è indirizzata verso il lettore, serve a colpirlo dentro.

Alcune tue poesie le ho trovate poco decifrabili. È il caso di Nota n° Random, che recita: Stampare lista chiese roma sud, come fare fuoco.

Quella in realtà è semplicemente una nota che lessi sul cellulare di un conoscente, quando frequentavo alcuni gruppi anarchici di Roma. Altro non posso dire. Alcuni componimenti sono solo riproposizioni su carta della realtà, come quello, altri sono merda viva che concima il campo, altri invece hanno un messaggio metaforico che va interpretato.

Una curiosità: i tuoi parenti hanno mai letto le tue poesie? Cosa ne pensano?

Una volta mia madre lesse casualmente delle poesie e mi chiese se prendevo delle pasticche per scrivere cose del genere. Purtroppo è difficile spiegare le motivazioni di certe cose che scrivo a gente di 50-60 anni, che ha ormai una certa difficoltà nell’affrontare argomenti che vanno a minare i valori su cui hanno basato la propria vita. È per questo che la mia raccolta si apre con la scritta “Vietata la lettura ai maggiori di 30 anni”.

Grazie. Alla prossima.

Daje.

Davide Colombini

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