Expo 2015: parlarne è importante, ma spesso ha un (caro) prezzo


I rendering grafici del parco della biodiversità per Expo 2015 sono online da qualche giorno, e la polemica in pochissimo tempo – e prevedibilmente – è infuriata sul web: le innumerevoli derisioni e critiche hanno purtroppo aggiunto un altro dolente tassello alla manifestazione, che verrà inaugurata tra poco più di due mesi.

Ma andiamo con ordine: tralasciando i ritardi nei lavori di preparazione, che fanno dubitare la partenza effettiva di tutta la macchina Expo prevista per il primo maggio, sorvolando la mancata traduzione simultanea durante la conferenza Expo Idee, che ha di fatto escluso in toto la stampa estera, la kermesse non ha perso l’occasione di farsi ridere dietro presentando sul proprio profilo Facebook – che conta quasi un milione di followers – dei rendering che nemmeno una matricola dello Ied avrebbe potuto realizzare peggio.

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Un rendering, come già molti sapranno, identifica la conversione di un’immagine bidimensionale in un’altra dall’aspetto realistico e percepibile come tridimensionale, grazie al calcolo accurato della prospettiva, dei colori, delle luci e delle ombreggiature. Il processo viene realizzato attraverso specifici programmi e software da professionisti del settore – designer o grafici – al fine di rendere in maniera quanto più accurata possibile l’idea di quello che sarà il progetto finale.

C’è poco da aggiungere: le immagini che stanno facendo insorgere il mondo dei grafici e dei creativi digitali hanno ben poco a che vedere con quanto descritto sopra, tra persone trasparenti o “fluttuanti” nell’aria, scontorni effettuati in modo impreciso, assenza di ombre, proporzioni e prospettive sbagliate, e tanti altri macroscopici errori che trasgrediscono le regole base delle rappresentazioni visive. Manco a dirlo, questi abomini diventano virali, e gli utenti si scatenano con commenti al vetriolo, parodie sui social e molta indignazione, chiedendo a gran voce chi sia il genio del male colpevole di questo scempio.

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La risposta non si è fatta attendere: è del 10 febbraio la notizia che il responsabile è un architetto e artista italiano, Fabio Fornasari, artefice nel 2010 del Museo del Novecento a Milano insieme a Italo Rota… non proprio uno stagista, insomma. Sul suo profilo Facebook, Fornasari stesso replica alle accuse come segue: “Una risposta a chi mi ha fatto domande. Nei giorni scorsi sono state pubblicate immagini di un progetto in corso. Sono uscite anzitempo, non terminate e prima ancora di una conferenza stampa. La rete è veloce. Le ha condivise. Ormai in rete le ho condivise e nel presentarle, con un breve commento in testa “cosa abbiamo fatto fino qui”, speravo fosse chiaro che era un lavoro in corsa e in corso. Poi la rete ne ha fatto un meme, un argomento virale e questo ancora non è in sé un male in quanto ci fa sentire sulla pelle quanta responsabilità abbiamo nel lavorare non tanto su “materiali digitali” – non è un problema di quanto si sa usare Photoshop – quanto sugli immaginari e le estetiche. Spero sia una risposta per chi mi ha fatto domande.”

Senza andare a indagare le caratteristiche, i limiti e le potenzialità di Photoshop, Paint e compagnia bella, per chi come noi non si accontenta di tante belle parole su “immaginari ed estetiche”, resta un dubbio fondamentale: come è possibile che una macchina come quella di Expo 2015, protetta da fior fiore di sponsor e dove si presuppone lavorino solo professionisti del settore, permetta che accadano scivoloni come questo?

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In una piramide ascendente di scetticismo e malignità, siamo riusciti a individuare tre possibili moventi.

1_ L’errore umano: ok, le immagini sono state condivise per sbaglio non ancora ultimate. Ma che fine ha fatto la postilla a cui si riferiva Fornasari – quella didascalia “cosa abbiamo fatto fino qui” – che chiariva appunto la loro natura di work in progress? E ancora, perché sia esse che la nota a margine sono ora scomparse dal suo profilo Facebook? Da ultimo, come può un architetto di fama mondiale mancare di totale senso critico e pubblicare un simile orrore? In agenzia pubblicitaria, spesso mi è capitato per molti progetti di dover sviluppare dei rendering: l’accordo con l’art director che di volta in volta seguiva il lavoro era di non mostrare mai nulla di semi-definitivo al cliente, appunto per non incorrere in giudizi affrettati e possibili rimproveri del tutto ingiustificati. Mi viene da pensare che una delle figure che manca negli uffici di Expo non è tanto un designer, quanto un bravo account.

2_ Le finte scuse: tutte balle, le immagini sono definitive e solo una volta pubblicate, grazie alle bocciature degli utenti, ci si è resi conto che fanno davvero schifo. Che si fa adesso? – si sarà chiesta l’unita di crisis management… hey, perché non raccontiamo a tutti che non erano quelle finali, così evitiamo una figura di merda? – avrà risposto il più sgamato del gruppo. E allora eccoci qui, a ricevere delle ramanzine su quanto internet sia veloce (maddai?) sul peso della responsabilità e sull’estetica, manco avessimo a che fare con Kant. Tentativo opinabile, tutti avremmo preferito un ben più onesto “avete ragione, sono davvero penose, ricominciamo daccapo”, ma forse è pretendere troppo.

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3_ Il (voluto) buzz: i rendering sono quelli giusti e definitivi, condividerli non è stato un errore e lo scopo era solo fomentare una discussione. Follia? No, e ce l’ha insegnato Oscar Wilde in tempi non sospetti, “non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”, il punto è a che prezzo: se – come in questo caso – accendere i riflettori su Expo 2015 significa passare per dei buffoni incapaci, allora tanto valeva rimanere ancora un po’ in sordina e intrattenersi con qualche altro argomento… tipo l’imminente Fashion Week, che a Milano inizia il 25 febbraio e si prospetta di certo meno deludente.

Marianna Tognini

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