Droga e locali: perché le finte campagne di prevenzione non tutelano la salute di nessuno


Desidererei, non per paraculismo o altri deplorevoli atteggiamenti perbenisti, principiare questo pezzo con un messaggio di solidarietà rivolto a tutti i genitori che hanno perso un figlio, non solo a causa di sballi, ecstasy, alcol e droghe sintetiche. Veder morire un figlio dev’essere (lo immagino dalle descrizioni delle madri e dei padri a cui è disgraziatamente capitato) una delle esperienze più dolorose che una persona possa provare in vita. Solidarietà verso chiunque abbia, per qualsiasi motivo, subito un lutto così devastante.

Delle vicende legate a droga e locali notturni accadute nell’ultimo mese si è parlato moltissimo, media e giornalisti, ma anche gente comune e commentatori da social network. I pareri e le diverse opinioni si sono rivelate prevedibili e coerenti con i mezzi di comunicazione attraverso cui venivano espresse. Istituzioni e grandi media (giornali nazionali, regionali e quotidiani generici) perlopiù ignoranti in materia, hanno sparato a zero contro sostanze, locali notturni e gestori di questi ultimi. Qualche altro giornalista ha parlato, a mio parere in modo giusto, ma autoreferenziale e quindi del tutto improduttivo, di tutta la questione. C’è stato anche chi, incredibile per un uomo investito di una tale carica, non ha esitato a scagliarsi in modo diretto e mirato contro i genitori di uno dei ragazzi morti in discoteca, ma questo è un altro discorso.

Parole scagliate di pancia senza nemmeno essere a conoscenza dell’accaduto, si è infatti scoperto oggi che Lorenzo Toma, il ragazzo morto al Guendalina qualche giorno fa, aveva una malformazione al cuore. La figura del genitore non è da considerarsi immune da responsabilità riguardo quanto accade ai figli, certo, ma vigilare sui propri ragazzi 24 ore su 24 è impossibile quanto sbagliato per la stessa educazione che tanto è stata esaltata come primo metodo di prevenzione verso i mali della droga e della trasgressione. Detto ciò, non ho nessuna intenzione di moralizzare, intanto perché non avrei l’esperienza necessaria per poterlo fare, e poi perché non la trovo una strategia utile. Quel che più m’interesserebbe è trovare una soluzione effettiva e il più possibile giusta (anche se non credo esista uno stato di giustizia assoluto, ma solo una possibilità di bilanciamento dei mali esistenti).

Il primo passo consiste nel prendere consapevolezza che la droga fa parte dell’industria dell’intrattenimento, nell’accettare il fatto che in determinati ambienti si faccia uso di sostanze stupefacenti. Accettare non significa dire: “ok, qua ci si droga e va bene così”, no, accettare nel senso di aprire gli occhi e scoprire le carte (che poi in realtà sono già ben visibili a tutti): bisogna fare i conti con questa cosa, la gente si è sempre drogata e continuerà a farlo, controlli, cani antidroga, chiusure dei locali, sono misure inefficaci. Un modo per ingerire, inalare o aspirare roba proibita si troverà sempre.

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Chiudere una discoteca asserendo che l’interesse primario è “tutelare la sicurezza dei cittadini” è un controsenso totale. Se questo è VERAMENTE il primo interesse dello stato, non è certo chiudendo un locale che “attenta alla salute e sicurezza dei cittadini”, come se fossero automi in balia di un volere superiore, il modo migliore di tutelarla. In primo luogo perché non è il locale l’autore dell’attentato, e poi perché le sostanze, che se proprio vogliamo fare i pignoli sarebbero il vero attentatore, arrivano nei locali notturni come altrove, vedi in parlamento (solo per fare l’esempio più citato), ma anche nelle piazzette di ogni città e all’aperto, tra le montagne in cui si sono sempre fatte le feste più selvagge e illegali della terra.

Alle entrate dei locali notturni e dei festival non hanno mai fatto così tanti controlli: negli ultimi sette anni ho frequentato personalmente e con assiduità eventi nel Nord Italia, festival e serate. Il paradosso è che controlli e perquisizioni alla porta si fanno con molta più frequenza nei posti dove la droga si trova abitualmente, sintomo questo che gestori e organizzatori sanno molto bene cosa gira nei loro locali. Lo sanno altrettanto bene quando decidono di mettere l’acqua a 5 euro a bottiglietta, il cui consumo così elevato non è certo dovuto alle sue proprietà diuretiche. Questo per dire che non sono assolutamente uno che si schiera a favore dei locali a priori, anzi, credo che delle pizzicate da parte delle forze dell’ordine siano talvolta provvidenziali: il discorso della club culture ormai divenuta un’industria su cui speculare a più non posso, purtroppo è vero.

Per chi non lo sapesse, l’mdma o ecstasy una volta assunta surriscalda il corpo facendo perdere un sacco di liquidi, ecco perché una costante idratazione è fondamentale se non si vuole rischiare di finir male. Se un proprietario, conscio di ciò che la gente assume nel suo locale (e lo sono tutti, non facciamo finta di vivere nel mondo dei minipony) non si preoccupa di fornire gratuitamente, o quantomeno a prezzo base, un bene come l’acqua che permette di non schiattare disidratati, significa che se ne sbatte il cazzo. O che è molto più interessato a spillarti il più possibile invece che evitare disgrazie. Ah, tanto per la cronaca, andrebbe benissimo anche l’acqua del rubinetto.

Altro punto fondamentale su cui si discute molto è quello di fare informazione intorno alle sostanze stupefacenti, non solo inutili opere di dissuasione, e il fatto che siano inutili è un dato oggettivo confermato dalle morti per ecstasy che avvengono regolarmente ogni anno. Spesso a rimetterci la pelle sono i giovanissimi alle prime esperienze (e per giovanissimi non intendo i sedicenni, che in discoteca non dovrebbero nemmeno entrare) alcuni sono incoscienti, altri semplicemente ignoranti in materia, che se avessero ricevuto un’educazione sulle sostanze e il loro uso, magari avrebbero evitato di bere da “bottigliette volanti” contenenti liquidi sconosciuti, magari avrebbero conosciuto i dosaggi e magari avrebbero saputo come comportarsi quando si scatenano gli effetti.  Dire “la droga fa male, scegli la vita” non ha alcun senso: fuori dal Cocoricò ci sono dei cartelloni giganti con scritte che dovrebbero dissuadere chiunque. E invece non è così.

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Forse si potrebbero spendere quei soldi in modi meno vistosi e più sinceramente interessati. Altra possibilità di cui si è parlato molto è di allestire dei banchetti che offrono kit per testare le proprie sostanze e sapere cosa contengono. Oltre a non essere realizzabile dal punto di vista legale, anche questa soluzione sarebbe poco utile in quanto, come potete vedere nel documentario, la reazione chimica ottenuta versando parte dei propri cristalli nella boccetta, rivela solo la presenza o meno di mdma. Ciò significa che se il risultato del test è positivo, nella sostanza che vi hanno venduto è presente dell’mdma, ma non è escluso che siano presenti anche altre sostanze potenzialmente letali con cui magari è stato tagliato. Tutto ciò senza contare che l’mdma di per sé è già qualcosa di potenzialmente letale.

Come giustamente scritto da molti, la droga ti dà tanto, ma toglie anche tantissimo. Drogarsi non fa bene, il contrario. Solo che è una cosa di cui è più facile rendersi conto pienamente solo dopo molto tempo, o nel peggiore dei casi dopo un’esperienza fulminante come quella vissuta da questo ragazzo, che nonostante tutto sostiene ancora che aver chiuso un locale sia stata una mossa stupida. Nonostante ciò, rimango sempre del parere che se una persona vuole provare piacere a costo di farsi del male con la droga, abbia il diritto di farlo proprio come facciamo con alcol e sigarette. Compito dello stato sarebbe, oltre metterci in guardia, anche fornire informazioni e rimedi tempestivi ed efficaci alle situazioni di pericolo. Difficile trovare il modo giusto di fare informazione intorno a qualcosa di illegale, ma credo sia un’operazione che vada fatta in loco. L’informazione da parte di esperti che si dimostrano interessati a salvaguardare la vita dei ragazzi è un’arma a doppio taglio: intanto perché si disporrebbe di personale specializzato in grado di agire nel modo migliore nei casi di pericolo maggiore, e poi perché, checché se ne dica, anche i giovani sono interessati alla propria salute. Una figura che viene percepita come autoritaria, come il braccio proibizionista della legge che dice solo “NO!“, crea repulsione e invoglia alla trasgressione. Un medico o uno psicologo invece, disposto a tranquillizzarti e spiegarti cosa ti sta succedendo quando te ne stai andando in paranoia e come agiscono le sostanze sul tuo organismo, è come un amico più grande e più esperto di te, uno dalla tua parte, le sue parole diventano consigli che ascolterai con molta più attenzione, preoccupandoti di seguire ogni accortezza. Per esperienza personale posso dire che nulla più della conoscenza diretta sul proprio corpo unita alla consapevolezza dei rischi può dissuadere dall’uso di stupefacenti e indurre alla cautela. 

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